Negli ultimi anni ho avuto la percezione di sentire pronunciare questa parola sempre più spesso, sui giornali, in televisione, attraverso la stampa. Seguendo regolarmente la cronaca italiana dove questo fenomeno è diventato un tema quotidiano anche a causa di alcuni casi eclatanti, mi sono chiesta se in Svizzera le cose fossero poi tanto diverse: nonostante si tenda a spettacolarizzare meno questo fenomeno, il problema è decisamente in crescita anche da noi: si registra quasi un femminicidio alla settimana. Sono sedici i casi contati finora: il doppio rispetto allo stesso periodo di un anno fa. Da qui l’idea di realizzare delle fotografie che possano raccontare questa realtà, cercando di seguire una modalità suggerita dal sito svizzero stopfemizid.ch:
“I media hanno una grande responsabilità nel modo in cui riferiscono e ritraggono la violenza contro le donne e i femminicidi. Se lo fanno con attenzione, è già prevenzione. Le denunce di violenza contro le donne sono ancora troppo spesso incentrate sull’autore del reato. Viene dunque descritto il punto di vista di un colpevole, piuttosto che quello della vittima o dei parenti sopravvissuti: piene di termini che vengono minimizzati, giustificazioni ed espressioni simpatizzanti nei confronti del colpevole, che a loro volta potrebbero indurre un potenziale autore ad interpretare la stessa azione.”
“Per te che un errore ti è costato tanto
Che tremi nel guardare un uomo e vivi di rimpianto” Lucio Battisti / Mogol
L’incapacità di reagire alla violenza domestica è spesso un sintomo della “sindrome della donna maltrattata” (Battered Woman Syndrome o BWS), una condizione psicologica che può svilupparsi nelle donne sottoposte a maltrattamenti prolungati. Questa condizione porta alla paralisi psicologica e cognitiva, rendendo la vittima passiva e incapace di difendersi. L’abuso può anche manipolare la vittima facendole credere di non poter fuggire o reagire.
Riconoscere i segni della violenza per proteggersi: può essere fisica, psicologica, economica o verbale. Separarsi da un partner violento è un processo complesso e spesso difficile, ma fondamentale per la propria sicurezza e il proprio benessere.
Secondo uno studio coordinato da David Sing, chirurgo ortopedico del Boston Medical Center, fino a un terzo delle donne adulte che subiscono una frattura non scomposta dell’ulna potrebbero essere state vittime di violenza da parte del partner.
I femminicidi commessi da ex partner sono spesso legati alla gelosia, alla rabbia o al senso di possesso della vittima, che può essere percepita come una minaccia dopo la rottura della relazione. Nonostante l’assenza del partner, il suo controllo rimane presente.
Una ricerca dell’Università di Stanford, condotta dal ricercatore David Studdert, afferma che le persone che vivono con i possessori di armi da fuoco hanno un tasso di mortalità molto più alto, e nell’84% dei casi le vittime sono donne. In Svizzera sono considerate armi tutte le armi da fuoco, i pugnali e altri tipi di coltelli, alcuni spray difensivi e dispositivi che producono un elettroshock. Anche le pistole ad aria compressa, le pistole a CO2, le imitazioni di pistole, le pistole a dispersione sono considerate armi. Spesso è impossibile distinguerle esternamente dalle armi vere e proprie, motivo per cui vengono spesso utilizzate per commettere reati.
La violenza assistita intrafamiliare può essere considerata l’altra faccia della violenza di genere. Nella maggior parte dei casi, infatti, gli episodi di violenza assistita ai danni dei minori si verificano in contesti di violenza domestica in cui la vittima è una donna. Quando il ciclo della violenza investe i figli questi possono trovarsi a vivere situazioni traumatiche che includono episodi di violenza estrema, come il caso di bambini che assistono all’uccisione della propria madre.
Il luogo in cui si verificano più spesso i femminicidi è la casa della coppia, nella maggiorparte dei casi si evidenzia che la vittima e l’autore erano coniugi o conviventi.
Gli “orfani speciali” sono figli di femminicidio, ovvero bambini e adolescenti che hanno perso la madre per mano del padre, spesso anche seguito dal suicidio del padre o dalla sua detenzione. Sono definiti “speciali” perché la loro condizione psicologica è unica e le loro esigenze di supporto sono particolari.
Spesso si sente associare la parola femminicidio a quella del patriarcato, come se chi commette un delitto verso una donna abbia un collegamento diretto con una società maschilista. E se invece si trattasse “semplicemente” un assassino che ha deciso, di sua volontà, di compiere un atto criminale senza alcuna influenza sociale, magari cresciuto in un ambiente che l’ha abituato a ottenere tutto ciò che voleva senza sforzo, senza l’abitudine di sentirsi ricevere dei no?
La prima citazione del termine nella sua accezione moderna, come “uccisione di una donna da parte di un uomo per motivi di odio, disprezzo, piacere o senso di possesso della donna”, è del 1977 nell’opera “Le violentate” della giornalista Maria Adele Teodori.
In una ricerca sulle origini del termine, la criminologa Diana E. H. Russell ha rintracciato il primo uso generico della parola femminicidio con accezione diversa da quella moderna, nel libro “The Satirical Review of London at the Commencement of the Nineteenth Century”, pubblicato nel 1801 in Inghilterra. Il femminicidio è diffuso a livello mondiale, ma ha forme ed incidenza diverse in ogni paese.